
Domenica 14 giugno 2026
Ricevere e donare.
Inspirare ed espirare.
Diastole e sistole del cuore: prima riempirsi, poi spingere il sangue in tutto l’organismo.
Discepoli e apostoli: è Gesù che chiama e invia, al tempo stesso.
Forse i cristiani riceverebbero uno scombussolamento costruttivo, riscoprendo l’unità profondissima (divina!) tra questi due momenti.
Se chi annuncia, parla, testimonia in nome di Cristo… avesse ben chiaro prima di tutto che non sta combattendo a vuoto – o a favore del proprio orgoglio –, ma ha ricevuto in dono lo stesso Cristo che annuncia, cambierebbero tantissimi atteggiamenti, azioni e parole: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io. Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (1 Corinzi 9,22-27).
Se i cristiani (di tutte le età) si accorgessero che ogni istante è il momento favorevole sia per incrociare lo sguardo della chiamata di Dio, sia per lasciarsi illuminare da tale infinito Amore… scoprirebbero che moltissime parole sono inutili (e dannose).
Ovvio: parlare di Cristo è molto molto molto più facile, scontato e banale piuttosto che testimoniare Cristo.
A pappagallare la Bibbia è capace anche il diavoletto (la conosce meglio di noi).
Possiamo testimoniare Cristo, fare in modo che i nostri occhi non siano altro che riflesso di Lui.
A tutti i costi, in ogni istante, imparare ogni giorno di nuovo ad essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pietro 3,15).
Forse, a queste condizioni, potremmo scoprire ancora la bellezza di quel «gratuitamente»: io ce l’ho messa tutta, ho impegnato le mie forze, la mia volontà per fare del bene, magari per cambiare in meglio il mondo.
Ma, onestamente, sono costretto ad ammettere che, anche l’intera generosità umana non ha portato al «risultato» (!) che io pretendevo (!!!).
Pretendiamo di imporre al buon Dio, che realizzi ciò che noi pretendiamo.
Allora, solo allora, abbandonate del tutto le nostre egoistiche pretese, prenderemo atto che la nostra volontà, generosità, altruismo… sono in realtà fragilissimi.
La mia buona volontà è costretta a prendere atto dei propri insuccessi.
A questo punto, si apre un bivio: o mi deprimo (“non ho combinato nulla di buono!”), o mi allontano da Cristo e dalla Chiesa.
Oppure compio la vera rivoluzione: affido e presento tutto, proprio «tutto» a Dio.
Adesso, lo Spirito Santo Amico, l’Amore infinito di Dio può agire: «Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Luca 6,35-38).








